Tremate, tremate Godzilla è tornato e semina il panico al summit del G8. Come faranno i potenti della terra, ritratti come dei perfetti mentecatti da Sarkò a Berlusconi, per salvare il pianeta? Ci penserà Také-majin, sorta di divinità noglobal che, dopo essersi beccata nel fondo schiena una testata atomica cinese, sconfiggerà il mostro e salverà la terra. Dopo le risate dei Coen, ieri il pubblico del Lido si è letteralmente «sganasciato» con la fantascienza trash di Monster X strikes back: attack the G8 summit del giapponese Minoru Kawasaki, prima vera sorpresa di questo debutto di festival, passata fuori concorso. Considerato l’Ed Wood del Giappone, Kawasaki in questo film vede «la risposta alle riunioni del G8, completamente inutili e specchio dell’egoismo dei politici». Il regista, spiegando che «i mostri incarnano le paure della gente, terrorismo, nucleare, bombe», resuscita Godzilla, il mostro nipponico nato negli anni 50 per esorcizzare l’orrore dell’atomica appena vissuto a Hiroshima. Goffo, improbabile e «gommoso», Godzilla esce dalle viscere della terra grazie all’energia nucleare e distrugge popoli e città. Adesso, invece, che la distruzione del mondo è già stata ben messa a punto dagli uomini stessi, a Godzilla non resta che spazzare via i potenti della terra. Eccolo dunque spuntare fuori in pieno G8 in corso ad Hokkaido.

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Il presidente della Regione e il commissario straordinario per la sanità avranno lo stesso volto e lo stesso nome. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri, che ha messo nelle mani di Piero Marrazzo i poteri necessari per attuare il piano di rientro e guarire le mille ferite del settore. E la cura non sarà certo a base di cerotti e di bende, visto che il governatore del Lazio ha chiesto trasferimenti per cinque miliardi di euro per ripianare il deficit, che oggi ammonterebbe a circa dieci miliardi, praticamente il doppio. Proprio il sostanzioso movimento di fondi collegati alla nomina ha spinto Gianni Alemanno a parlare di un «atto molto importante», che «permette di sbloccare i flussi di cassa» e di portare benefici evidenti non solo a livello regionale, ma fino in Campidoglio. Non a caso tale provvedimento era nell’aria già da un po’ di tempo, da quando cioè il governo aveva eliminato per decreto l’incompatibilità della carica ad acta con quella di amministratore regionale.Ieri Marrazzo, dopo i colloqui con i ministri Tremonti e Sacconi e tutto il Cdm, ha scelto la via della prudenza e non si è sbottonato più di tanto, optando per una posizione interlocutoria «in attesa di leggere il provvedimento». Chi invece il documento lo ha letto subito è il senatore Cesare Cursi: «È la sintesi di tre anni di fallimenti – ha commentato – ci sono voluti dodici punti per elencare tutti gli aspetti su cui ora bisogna intervenire».

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da RomaSembrano passati anni luce dai tempi di Fassino e D’Alema alle prese con le intercettazioni del caso Unipol e le richieste di utilizzo del Gip (oggi «riabilitato») Clementina Forleo. Invece era appena undici mesi fa quando, la Quercia, compatta, fece quadrato contro la pubblicazione indiscriminata delle conversazioni registrate. E, insieme, sulla necessità di riformare un sistema non più in grado di garantire il loro corretto impiego. Non aveva sorpreso più di tanto la posizione dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella («non vogliamo che le intercettazioni alterino il piano della democrazia nel nostro Paese. Alterazioni che possono avvenire manipolando le notizie») mentre ben più forti erano state le posizione all’interno del Botteghino. Linea ben espressa dall’avvocato e senatore Calvi, che, condannando «il circo mediatico che travolge il nostro sistema di garanzie», definiva «intempestiva» le richieste del Gip Forleo chiedendo di «fermare questo scempio». Poco prima Nicola Latorre, braccio destro dalemiano, fiducioso si era lanciato (sbagliando) in un avventuroso pronostico sulle intercettazioni: «Non solo non saranno rese pubbliche, ma non essendo penalmente rilevanti non ci sarà motivo di conoscerle». Sappiamo tutti come è andata. Non ottimistiche ma condivisibili le parole dello stesso Massimo D’Alema che, verso la fine di luglio, si sfogava dicendo: «Non si può crocifiggere in questo modo un cittadino formulando un giudizio che pare già una sentenza».

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da NapoliDalla realtà alla finzione e ritorno. Questa è la storia di «Totore» (Salvatore), prelevato da una delle «piazze» dello spaccio della droga di Scampia e catapultato sul set di un film di successo, girato su un «palcoscenico» che più realistico non poteva essere: le strade di Scampia, teatro dello spaccio della droga e della faida tra i clan Di Lauro e gli «scissionisti». Il film è «Gomorra» (tratto dall’omonimo libro dello scrittore Roberto Saviano), di Matteo Garrone. Totore nella vita farebbe lo spacciatore, nel fortunato film di Garrone, addirittura il killer. L’attore dilettante gira la sua parte e poi sparisce dalla pellicola ma, tra gli spettatori del film, ve ne è uno in particolare: il boss Antonio Prestieri, da tempo pentitosi. Mentre assiste alla proiezione, Prestieri ha un sussulto: «Vedendo il film ho riconosciuto in un attore, quello che all’inizio del film commette un omicidio all’interno di un centro abbronzante, un uomo che nel passato ha lavorato con me», confessa al pm della Direzione distrettuale antimafia, Luigi Cannavale.Prestieri con le sue dichiarazioni all’alba di ieri ha consentito alla polizia giudiziaria l’arresto di 7 presunti spacciatori. Tra cui, però, non c’è Totore, «solo» indagato. Totore nella organizzazione di Prestieri avrebbe agito nella piazza di spaccio del «Lotto P» dove passava i pacchettini con le dosi di cocaina agli spacciatori al minuto.

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